Noi ci dissociamo: "Sono andato alla finale di Coppa Italia. Mai più nella vita"

23.05.2016 12:30 di Il senso del gol Twitter: @ilsensodelgol  articolo letto 3392 volte
Noi ci dissociamo: "Sono andato alla finale di Coppa Italia. Mai più nella vita"

di Davide Tamagno

Mi chiamo Davide, ho 30 anni e sono della provincia torinese. Ho due fratelli gemelli piu piccoli, Il Dario e il Simo di 25 e per questo fine settimana abbiamo organizzato uno di quei pellegrinaggi il cui ricordo avremmo voluto rimanesse gioioso per sempre.
Abbiamo organizzato una sorpresa per il nostro vecchio, colpevole di averci fatto gobbi fin nel midollo.
Biglietto per finale di Coppa Italia, notte dai frati e domenica in giro per Roma.
La sveglia è suonata alle 4:30 sabato, ma non so dirvi se a strapparmi dal mondo dei sogni sia stata la cornamusa orgogliosa di Braveheart o il profumo proveniente dalla cucina. L'amore materno stava liberando l'estro da trequartista alla Zizou tipico di mia madre nel suo campo da gioco prediletto: le mastodontiche bistecche impanate, le migliori al mondo.
Partenza ore 5:00, dorme ancora il sole e perfino il gallo, ma noi siamo carichissimi.
Ore sette caffè corretto, ore nove LA colazione in cui era previsto il funerale alle bistecche di mamma (ancora una volta divine) con nebbiolino superiore. Arrivo nella capitale all'ora di pranzo, solo voglia di far festa per due giorni.
Arriviamo all'Olimpico nel cuore del pomeriggio e già ricevo un segno della piega che avrebbe preso la serata: i quattro striscioni preparati per l'occasione non possono entrare.

Le quattro ore per prepararli, in un attimo le ho viste gettate dritte dritte nel water.

Quattro striscioni in cui era posto il saluto alle nostre quattro donne, semplicemente un CIAO.. con il nome delle consorti in nero e al di sotto, in rosso in stile componibile Ikea, un SIAMO TUTTI BELLI ALLEGRI.

Ero orgoglioso di quei quattro striscioni, perfino il vecchio avrebbe alzato il suo, salutando mamma.

Peccato che non fossero ammessi striscioni commemorativi. Devo essere diventato di tutti i colori quando un signore di cui non avevo ben capito le generalità mi ha detto questa cosa. Penso che gli occhi mi siano diventati rossi dalla rabbia: la rabbia di chi non insulta mai nessuno, le madri di nessuno, e soprattutto non porta con sè bengala, bomboni, bombette e bombettine combustibili allo stadio.
Nei 30 secondi successivi non ho capito bene cosa sia successo effettivamente, so solo che in tre mi hanno accompagnato ai tornelli, che gli striscioni ora non erano più commemorativi e potevano entrare ma che l'asta della GoPro da 15 cm del Simo era diventata misteriosamente oggetto contundente e non poteva entrare.
 

Do ut des.

Non ho ancora sbollito la rabbia, che mi innamoro dello stadio.

Me ne han parlato male:

Non si vede bene..eh... mah, la pista...

L'Olimpico è semplicemente stupendo.
Gremito è pazzesco.
Decido col cuore finalmente sereno di sfoggiare la mia arte. Apriamo gli striscioni, ci guardano dal basso, ridono e ci fanno foto, sono orgoglioso.

Fino a quando, due minuti più tardi, colui che si identifica come ultras ci consiglia in tono moltissimo amichevole di riporli mestamente.

Cazzo ma perché?

Il vecchio, che si è guadagnato il titolo sul campo, dispensa saggezza.
Striscioni ammainati, cuore che piange.
Nelle due ore successive cambiamo posto 18 volte, di cui 17 perché la coreografia prevede l'occupazione di posti di paganti che al momento dell'acquisto del biglietto avevano previsto tutto tranne di cedere il proprio posto, regolarmente pagato, per andare alla ricerca di quello di qualcun altro, regolarmente pagato.
La partita è bruttina, salvata solo dal panino con la soppressa e la bionda media.
A fine primo tempo mi interrogo sul significato dell'esistenza osservando allibito un non meglio identificato ultras che prova a cartellare un padre di famiglia, reo di aver cristonato sulla bandiera dalle dimensioni mastodontiche (molto più della bistecca impanata di mamma) che in centro curva impediva la visione del campo a qualche centinaio di cristiani.

Cristiani dalla stessa fede calcistica di quello che li voleva menare.

Dico prova a cartellare perché la sua condizione fisica era molto ma molto simile a quella di Alexandre Pato dei bei tempi, quindi il padre di famiglia riesce incredibilmente a difendersi.
In quei pochi secondi il sangue mi si ferma, penso ai miei fratelli - ahi, sono il primogenito - e soprattutto al mio vecchio, di fianco a me. Ci guardiamo e con una doppia finta alla Cuadrado siamo dieci file più lontani.
Mentre mi sposto incrocio lo sguardo cupo di signore con sciarpe rosa, di bimbini con la maglia di Pogba e tutto d'un tratto ricordo cosa ci faccio lì: sono lì per una partita di pallone.
Festeggio il gol di Alvaro, lo festeggio col cuore, mentre vedo mio fratello più piccolo un pochino segnato, che non sorride. Era una partita di pallone.
Alle due sono in camera, finalmente posso far festa. Il Dario ha fatto delle polpette stratosferiche e accompagno il tutto con del vino rosso sardo, esagerato.
Finalnente ridiamo. Finalmente facciamo festa.

Mi chiedo perché.

Perché una partita di pallone qui in Italia debba essere vissuta cosi.
Perché coltellate, perché bengala e bomboni, perché effetto gregge senza uno straccio di regola. Perché 800 km di viaggio, 500 euri di spesa e dieci minuti effettivi di partita vista per colpa di bandiere enormi che devono essere sventolate in centro curva, solo perché non si poteva spendere di più, in quattro, per biglietti più comodi in tribuna.
Perché non posso pensare di portare serenamente mio figlio allo stadio senza paura che succeda qualcosa.
Sono le 15:00 di domenica, ed è quasi ora di ripartire.
Sperduti tra le colline di San Gimignano, mancano ancora una manciata di ore al ritorno a casa.
Le fiorentine epiche (a 'sto giro le bistecchine impanate sarebbero rosse dalla vergogna) e il Morellino che le accompagnava saranno le vere perle del fine settimana.
Più di una magia di Pogba.
Più di un gol di Morata.
Più di una partita di pallone.

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