Noi ci dissociamo: "Il giorno in cui preferii Inzaghi a una bella gnocca"

01.09.2016 15:49 di Stefano Mazzi Twitter: @Stefidani86  articolo letto 1607 volte
© foto di Alberto Lingria/PhotoViews
Noi ci dissociamo: "Il giorno in cui preferii Inzaghi a una bella gnocca"

 

Immaginatevi la scena: Formentera, Isole delle Baelari. Anzi, Illes Balears, per dirla alla catalana.
Rigatoni. Undici di mattina o poco più, un luglio di parecchie estati fa. Caiprinha nella mano sinistra. Nell'altra una copia della Gazzetta dello Sport di quattro giorni prima, abbandonata lì da chissà quale turista italiano ubriaco sul bagnasciuga.
Il sole mi sta cuocendo il cervello, mentre i miei amici sono sdraiati sui loro asciugamani di spugna, praticamente in coma, preda dei postumi di una sbornia epica la sera prima.

Cerco di concentrarmi sugli articoli della rosea ma è difficile. Davvero difficile. Vorrei tanto sapere del calciomercato. Di chi ha comprato la Fiorentina, chi sta trattando la Juventus e su chi ha messo gli occhi il Napoli. Non ci riesco.

Difficile concentrarsi, a Formentera.

Con la coda dell'occhio scorgo una specie di visione: più una dea che una ragazza. Capelli neri lunghissimi, cavigliera luccicante, carnagione olivastra, un tanga nero praticamente inesistente e un lato B senza precedenti in natura. Aveva emozioni proprie. Un proprio cuore. Un proprio cervello. Una propria partita Iva. Forse andava anche a scuola da solo, prendendo l'autobus e pagando il biglietto. Non era un sedere: era un capolavoro degno del Louvre.
Trovo la forza di allungare la mano e percuotere uno dei miei amici, nel vano tentativo, di svegliarlo.

- Francè! Oh. Francè! Svegliati! Svegliatiii! Guarda quella! Muoviti! Francesco!

Niente, la sbornia quella mattina non aveva rivali.

Penso che non posso non provarci. Non posso non perdere quell'occasione.
Trovo la forza. Trovo il coraggio, nascosto in qualche angolo buio del mio corpo.
Inizio a correrle dietro. Mentre son sul punto di raggiungere quell'autentico spettacolo della natura, la mia attenzione viene attirata altrove.

Il che ha del paranormale.

Proprio mentre sono a mezzo metro da quella ragazza stupenda, di cui non saprò mai il nome, sulla mia sinistra passa un volto familiare. Un volto che fino a quel momento avevo visto solo e soltanto alla TV e sui giornali.
Solo a San Siro ed in giro per l'Europa, a spadroneggiare a suon di gol.
Filippo Inzaghi era lì, a due metri da me.
Due fottuti metri da me.
Costume nero ed ottima compagnia al fianco.
Pippo era lì.

Lui.

L'uomo senza una logica calcistica, ma che del pallone era un assoluto fuoriclasse.
Che attaccante meraviglioso. Non ne fanno più.
Penso di averlo guardato, per secondi, con molta più estasi di quella scatenata dalle chiappe della ragazza.

Ah già, la ragazza.

Dopo qualche secondo di stordimento totale, mi giro verso la bellona, quasi come a voler salutare per l'ultima volta con gli occhi quel fondoschiena stupendo. Quasi a scusarmi, sperando che capisse.
Poi corro. Verso Inzaghi.

- Pippo!

Si volta.

- Una foto, ti prego.

Mi risponde "va bene" sorridendo e aggiustandosi in maniera perfetta il ciuffo impertinente.
Volo alla sdraio dove avevo la sacca, cerco il cellulare in maniera forsennata. Mi volto col terrore che lui non ci fosse più. No, c'era ancora.
Trovo  l'iPhone.
In tutto penso di averci messo sì o no 4 secondi, ma a me sembrarono anni.

- Grazie Pippo. 

Alzo il cellulare e scatto un selfie, appoggiando delicatamente la mia mano sinistra sulla sua schiena.
Realizzo che stavo toccando il secondo miglior marcatore nella storia delle competizioni europee.
Nel mio piccolo, ho sempre pensato che in quel momento sono entrato a far parte un po' della storia: stavo toccando quasi duecento gol. Tutti decisivi, praticamente.
Duecento gol dei quali neanche uno bello, ma alla fine che importanza aveva?
Stavo toccando le urla del Meazza. Un campione del mondo.
II gol all'Ajax. Sì perché quel gol, all'ultimo pallone giocabile di un ultimo minuto possibile, sarà per sempre suo. Di Super Pippo, con buona pace di Jon Dahl Tomasson.
Stavo toccando il gol al Bayern del 2006, quando davanti alla riga di porta riuscì a ciccare la palla per ben due volte consecutive, ma infine riuscì ugualmente a battere Kahn, mentre qualunque altro attaccante meno affamato di lui si sarebbe fermato al ciccare la palla e basta.

"Grazie Pippo" balbetto in una lingua che sono sicuro deve essere stata molto simile all'italiano.

"Figurati" mi dice lui con una gentilezza che non ho mai ritrovato in nessun altro uomo, specialmente se "famoso".
Guardai quella foto in controluce e la riguardai mille e mille volte nei mesi a seguire, fino a che non andò distrutta un paio d'anni dopo, quando il mio cellulare cadde in acqua durante una gita in barca, portando per sempre con sè negli abissi quel mio ricordo meraviglioso.

A Formentera gettai un ultimo sguardo su Inzaghi.
Avrei voluto dirgli tante parole.
Avrei voluto urlargli tutta la mia gratitudine.
Avrei voluto chiedergli così tante cose che alla fine decisi di non dirgli proprio un bel niente.
Avrei voluto confidargli che nonostante - calcisticamente parlando - mi avesse sempre dato solo e soltanto dispiaceri, in realtà non potevo che ringraziarlo per tutta quella poesia. Per quel romanticismo che emanava dopo ogni gol. Per quella passione che ci metteva.
Avrei voluto chiedergli quante donne aveva avuto. Perlomeno dal suo arrivo lì, a Formentera.
Avrei voluto chiedergli delle serate con Vieri.
Avrei voluto chiedergli se avrebbe mai barattato un gol bello per dieci brutti dei suoi.
Avrei voluto dirgli che benché ormai andasse verso i quarant'anni, fosse per me sarebbe stato ancora titolare inamovibile in qualunque squadra.
Avrei voluto dirgli che nelle fredde sere di calcetto, le (poche) volte dopo che avevo segnato un gol impazzivo come lui, cercando d'imitare la sua caotica, spasmodica, stupenda, naturale esultanza.
Avrei voluto dirgli che anche se mi era appena costato un dubbio enorme sulla mia virilità, a me in quel preciso momento non fregava assolutamente proprio un bel niente.

Di belle ragazze è pieno il mondo, di Pippo Inzaghi ce n'è uno.

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