Noi ci dissociamo: "Col Real ho capito che amavo il Napoli. Avevo 6 anni"

15.12.2016 12:31 di Il senso del gol Twitter: @ilsensodelgol  articolo letto 888 volte
Immagine tratta da Internet
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di DOMENICO FIORENZA

Si dice che il tifo sia una malattia. Si dà anche per scontato che sia una delle poche cose che, una volta acquisite, ti porterai dietro per tutta la tua vita.

Penso sia vero.

Ma è altrettanto probabile che il tifo dipenda da fattori genetici: se tuo padre, o in alcuni casi tua madre, è, o è stato, tifoso, quasi sicuramente lo sei anche tu, e ragionevolmente lo sarà anche tuo figlio. A mio parere tuo padre, o tua madre, ti avrà verosimilmente “mischiato” anche l’oggetto del tifo: la squadra del cuore.

Se abiti a Cologno Monzese e tuo padre è tifoso dell’Inter, ma c’è qualcosa dentro di te che ti porta a parteggiare per la Lazio, molto probabilmente il tuo vero papà è quel simpatico idraulico originario di Valmontone che abita al palazzo di fronte, che quando eri piccolo sentivi esultare ai gol di Chinaglia, Beppe Signori o El Matador Marcelo Salas.

Io la mia passione l’ho ereditata da mio padre, Napoletano e grande tifoso degli azzurri. Lui mi ha tramandato il tifo per i partenopei, così come tutti i genitori lasciano ai figli ciò che hanno di più caro, come un vecchio orologio, un anello o un crocifisso. E così io tifo Napoli nonostante sia nato e cresciuto a Latina.

Non faccio fatica a immaginare un mio lontano antenato, tifoso sfegatato dei gladiatori o delle corse delle bighe nelle arene dei circhi romani presenti nelle antiche città campane. Sicuramente lui avrà sostenuto gli atleti con la tunica azzurra.

Eh si perché il tifo da stadio che conosciamo noi, è nato proprio nell’antica Roma. Il popolo andava a svagarsi e sfogarsi assistendo a battaglie di gladiatori negli anfiteatri e a corse di bighe e quadrighe nei circhi.

La folla, in preda all’esaltazione, incitava le quattro squadre, denominate factiones: i bianchi, i rossi, i verdi, e proprio gli azzurri. Queste divennero vere e proprie società, tali e quali alle società calcistiche del giorno d’oggi.

Il nostro “fanatismo” sportivo ce l’abbiamo nel sangue, insomma.

Il tifo è, oggi come allora, uno svago, un passatempo, e, per molti di noi, anche una passione, un amore oserei dire.

Di solito c’è un momento preciso in cui scatta quel sentimento. È  difficile ricordarlo, ma c’è. Prima era solamente una leggera infatuazione, poi succede qualcosa che trasforma quella cotta in vero Amore. Volutamente con la A maiuscola. Il classico colpo di fulmine insomma.

Quel qualcosa, nel caso mio, è stata una partita. Non una partita qualunque, bensì LA partita:

Coppa dei Campioni 1987/88

30 settembre 1987 Stadio San Paolo

Napoli-Real Madrid

Avevo 6 anni. Vidi quell’incontro a casa, con mio padre ed un suo amico, anche lui napoletano, alla tv. La Rai all’epoca trasmetteva in chiaro tutte le competizioni europee. La settimana di coppe, dal martedì al giovedì era una festa: partite agli orari più disparati e sui campi più improbabili. Poteva capitarti di vedere la tua squadra giocare sul piccolo campo della Valletta, a Malta alle 14,00, come al mitico Camp Nou di Barcellona alle 22,30.

Quel giorno di fine settembre il Napoli, a causa di un sorteggio maledetto, se la doveva vedere contro i favoritissimi Blancos, campioni di Spagna in carica, che negli anni precedenti avevano tra l’altro vinto ben due Coppe Uefa consecutive.

Eravamo (da ora in poi descriverò la partita da vero tifoso, usando la prima persona plurale: Noi)  già con un piede fuori dalla coppa. Eh si, perché la partita di andata al Bernabeu era terminata 2-0 per i madrileni. Ma non avevamo demeritato, anzi…. In un’atmosfera quasi surreale a causa di uno stadio  completamente vuoto a seguito di una squalifica, avevamo giocato per lunghi tratti alla pari con loro. Ma era stata una partita stregata, che avevamo perso 2-0 per un rigore trasformato dal fortissimo Michel nel primo tempo, e per uno sfortunato autogol di Nando De Napoli nella ripresa, oltre che per una parata di fondoschiena (nel vero senso della parola) di Buyo.

Ma torniamo a quel 30 Settembre.

L’atmosfera era caldissima. Era l’esordio in casa in una partita di Coppa Campioni per il Napoli. La tensione si poteva tagliare con il coltello anche guardando la partita da casa. Il San Paolo strabordava di tifosi come poche volte era stato in passato: si parla di 83.827 spettatori, ma qualcuno si azzarderebbe a scommettere che quello sia stato il numero reale?

Senza contare i milioni di spettatori che vedevano la partita da casa, fremendo e tifando come se fossero sugli spalti.

Gli azzurri, guidati dal tecnico Ottavio Bianchi, schieravano da numero uno Garella, detto “Garellik” per via della sua abilità di parare con ogni parte del corpo. In difesa il giovane enfant prodige Ciro Ferrara affiancava i più esperti Renica (il libero), Ferrario e Francini. In copertura alla difesa giocava Bagni, in cabina di regia Romano ed al suo fianco De Napoli.

Sulla trequarti il nostro fenomenale numero 10, il giocatore più forte della storia del calcio, El Pibe de Oro, Diego Armando Maradona. In avanti il guizzante brasiliano Antônio de Oliveira Filho detto Careca, e al suo fianco l’ex stella della Lazio Bruno Giordano. Era una squadra meravigliosa.

Quell’anno la Coppa Campioni poteva essere nostra. Forse quella è stata l’unica volta nella storia, in cui il Napoli aveva davvero tutte le carte in regola per vincere quel trofeo.

Ma anche il Real aveva una squadra incredibile: a guidarla erano il funambolico messicano Hugo Sanchez (famoso per le sue acrobazie), il portierone Buyo, le stelle della nazionale spagnola Sanchis, Michel, Martin Vazquez, e soprattutto Emilio Butragueno, detto El Buitre (l’avvoltoio), giocatore dotato di tecnica sopraffina, senso del gol, e grandi doti da leader.

Prima del calcio d’inizio El Buitre e il nostro Diego si scambiarono i gagliardetti. Che emozione, e che fuoriclasse quei due. Sarei voluto essere lì con loro in quel momento.

Nei primi minuti il campo quasi non si vedeva per la quantità incredibile di fumogeni accesi dai tifosi; mentre alla tv il calore del pubblico sugli spalti a momenti copriva Bruno Pizzul che con la sua inconfondibile voce commentava l’incontro.

Il Napoli partì subito forte guidato dalla sue stelle e, dopo soli 9 minuti, passava in vantaggio. Fu proprio il bomber brasiliano Careca a ispirare, con una sponda aerea, il colpo di testa di Francini. Il portiere spagnolo riuscì a respingere ma fu lo stesso terzino del Napoli, a ribadire in rete. Il San Paolo era una bolgia. L’urlo dei tifosi si è sentito in tutto il golfo di Napoli, i palazzi in zona Fuorigrotta hanno tremato per davvero.

A quel punto cominciammo a crederci tutti, in primis i giocatori in campo. Sarebbe bastato solamente un maledetto gol per portare il match ai tempi supplementari.

Diego trascinava i suoi compagni all’attacco. Il Napoli dominava in lungo e in largo, ma non riusciva a trovare il raddoppio, che pure avrebbe meritato. Così facendo prestava però il fianco a qualche sporadico contropiede.

Allo scadere del primo tempo arrivò la doccia gelata: Sanchez servì Butragueno con un bellissimo passaggio filtrante, quest’ultimo ci puniva con un tocco sotto a scavalcare l’incolpevole Garellik, che aveva provato un’uscita disperata.

Lo stadio rimase impietrito, in silenzio. Pochi istanti dopo l’arbitro fischiò la fine della prima frazione di gioco. La partita in pratica finì lì. Per la questione del gol fuori casa (che vale doppio in caso di parità nel doppio confronto) dovevamo fare addirittura 3 gol nella ripresa per qualificarci al turno successivo.

L’impresa chiaramente non riuscì nonostante i nostri attaccarono a lungo, ma senza crederci troppo, anche nella ripresa. 

La partita finì 1-1 e fummo eliminati, ma i tifosi azzurri tributarono i giusti applausi per quella squadra che aveva sfiorato l’impresa.

Quella volta non andò bene, forse non tutti i nostri ragazzi avevano ancora l’esperienza internazionale per competere con le merengues, ma le emozioni che provai in quella partita mi fecero innamorare del Napoli. A volte una sconfitta ti rimane nel cuore più di qualche vittoria.

Negli anni la squadra azzurra mi ha fatto vivere tante giornate splendide, grazie a successi bellissimi e a tratti eroici. Altre volte, soprattutto nei suoi anni più bui, mi ha fatto piangere a soffrire. Ma, come nell’archetipo del viaggio dell’eroe è il superamento degli imprevisti a far maturare il protagonista e a renderlo pronto al lieto fine, così sono stati proprio i momenti difficili attraversati della squadra azzurra lungo il suo travagliato percorso a rendere noi tifosi capaci di godere a pieno delle vittorie e delle soddisfazioni che comunque il Napoli ci ha saputo regalare.

Ironia della sorte il destino ci riproporrà, quasi trent’anni dopo, una nuova sfida da dentro-fuori contro i Blancos madrileni. L’avversario più temuto questa volta non sarà El Buitre ma addirittura il neo Pallone d’Oro Cristiano Ronaldo. Il Real è tra l’altro la squadra campione in carica e presenta tra le sue fila tanti Campioni del Mondo. Il Napoli non avrà più Maradona, è vero, ma ha una rosa completa con tanti ottimi giocatori, e un grande tecnico, Sarri, che sa far giocare la squadra in un modo incredibilmente bello.

Rivedrò la partita ancora una volta con mio padre come 29 anni fa, ed urlerò e tiferò con lui, sperando magari in un finale migliore. Ma sono certo, in ogni caso, che sarà ancora una volta una grande sfida, che ci farà sognare ed emozionare comunque vada, e che renderà di nuovo noi tifosi per una notte un’unica grande famiglia.

Come sempre… Forza Napoli!

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