Noi ci dissociamo: "Addio ai campi di periferia"

21.05.2016 16:56 di Il senso del gol Twitter: @ilsensodelgol  articolo letto 1551 volte
Immagine tratta da Internet
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di Jesus Rustici

"Il campetto di Urio"

Probabilmente vi starete chiedendo dove sia Urio e non posso biasimarvi, è una frazione di un piccolo paese sulle rive del Lago di Como, sconosciuto ai più. Ma non preoccupatevi se non lo avete mai visto o non ci avete mai giocato sopra, perché arrivati in fondo a questo articolo vi renderete conto che il campetto di Urio non è nient’altro che un simbolo del cambiamento epocale che noi trentenni non abbiamo avuto la minima possibilità di impedire.

Quando avevo dieci anni il campetto di Urio, come tutti gli altri in cui mi ritrovavo a giocare a calcio ogni pomeriggio, mi sembrava in tutto e per tutto uno stadio di serie A come quelli che intravedevo la domenica nei servizi di 90° minuto.

A ripensarci oggi, a distanza di quasi vent’anni, mi viene da scuotere la testa e abbozzare un sorriso.

Il campetto di Urio era completamente in terra se si eccettuava qualche rara erbaccia cresciuta negli angoli, quasi per sbaglio. Aveva una forma tutta sua, una strana figura geometrica, certamente non rettangolare.

Era stretto e corto, non arrivava alle dimensioni di un regolare campo di calcio a cinque. Aveva da un lato il muro di una casa che sporgeva pericolosamente se provavi un allungo sulla fascia, cortissima peraltro. Le porte metalliche non avevano nemmeno le reti e spesso erano più i sassi sporgenti da scartare che gli avversari.

Eppure…

Quando a dieci anni, circondato da coetanei più o meno in grado di giocare a calcio, ti ritrovavi a due passi dalla porta, con il pallone tra i piedi, pronto a tirare, nella tua testa vedevi migliaia di tifosi pressati in un’immaginaria curva che ti incitavano ad incrociare il pallone sull’angolo opposto, battere il portiere e correre sotto di loro ad esultare.

Quella era la magia del campetto.

Magia che da qualche tempo non c’è più, sotterrata sotto quintali di catrame.

Come avrete intuito, il campetto di Urio, luogo di interminabili partite che in qualche modo riuscivano a finire sempre ai calci di rigore, luogo di gol all’ultimo minuto che rischiavano di spezzare amicizie di lunga durata e luogo di errori sotto porta degni di Mai dire gol, è diventato un parcheggio per una manciata di automobili.

Di primo acchito verrebbe voglia di scagliarsi contro la scellerata decisione del consiglio comunale ma, riflettendoci bene, l’unica cosa che possiamo fare è guardare con un velo di malinconia le nuove generazioni di ragazzi che hanno abbandonato i campetti di paese per rinchiudersi nelle loro stanza con lo sguardo fisso su qualsiasi tipo di schermo ad alta definizione.

Dobbiamo guardarli con tristezza non solo perché non conosceranno mai la magia del campetto, capace di unire i ragazzi in legami ancora forti a distanza di anni. Ma, soprattutto, per un altro motivo.

Sarà colpa loro, infatti, se quando avremo i nostri nipotini sulle ginocchia e proveremo a raccontargli dell’incredibile gol in rovesciata segnato al campetto di Urio all’ultimo minuto di una partita durata tutto un pomeriggio estivo ci sentiremo rispondere:

Nonno ma tu non giocavi alla Playstation quando eri piccolo?

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