Sono ebreo e della Lazio: adesso parlo io

 di Il senso del gol Twitter: @ilsensodelgol  articolo letto 425 volte
Sono ebreo e della Lazio: adesso parlo io

di Marco Gorra per Il Tempo

Chi scrive è ebreo d’origini, ancorché non praticante, ed è tifoso laziale, praticante assai ogni santa domenica (non salto una partita della Lazio da decenni). Dunque, difronte a quanti oggi straparlano di calcio e razzismo forse sono tra i pochi titolati ad aprire bocca. Cominciamo:  la trovata di tappezzare la curva sud con i famigerati adesivi di Anna Frank in giallorosso è qualcosa che va oltre l'idiozia, e ci va per una corposa serie di motivi  talmente ovvi che è superfluo - oltre che un po' avvilente - anche solo stare ad elencarli.
Detto questo, e detto dell'impressionante fuoco di fila in atto contro la Lazio e i suoi supporters (che ormai anche sul fronte internazionale hanno appiccicato addosso l’etichetta fascista)  esiste tuttavia una lunga serie di cose che vanno precisate, spiegate, chiarite. 
Punto primo: va bene invocare la pena più severa per i responsabili del tatzebao razzista in curva ma criminalizzare in blocco una tifoseria (ivi incluso chi domenica sera era in un altro settore o a casa) per un gesto commesso ancora non si sa bene da chi rivela la solita volontà di trovare un capro espiatorio, di  sparare nel mucchio, dimenticandosi un principio cardine sancito dalla nostra costituzione: la responsabilità penale è personale, e solo chi sbaglia paga. Da ebreo e da laziale invoco giustizia, ma giustizia vera, e al contempo rifuggo ogni piagnucolante ipotesi complottistica messa in atto dal Palazzo e dai poteri forti per colpire la Lazio che vola in campionato e dà fastidio alle grandi. Non diciamo minchiate, e andiamo al punto numero due: da laziale e da ebreo (sono costretto a specificarlo prima che pensiate male) rifuggo questa retorica da due soldi, questa ossessiva ricerca di visibilità da parte di politicanti, intellettuali e maestri del pensiero unico con l'autocertificazione che, senza sapere un beato niente di tifo e di ultras, si sentono in dovere di prendere parte allo stracciamento vesti collettivo contro i laziali invocando punizioni draconiane e/o scodellando pensierini da baci perugina dell'antirazzismo.
E poi, sempre da laziale e sempre da ebreo, voglio che sia chiara una cosa: ormai siamo tutti cittadini di una repubblica fondata sull’ipocrisia e il doppiopesismo. Fare finta di accorgersi solo adesso - e solo coi laziali - che nelle curve esiste un problema di razzismo e antisemitismo è da sepolcri ristruttrati, mica solo imbiancati. Come testimoniato dalla documentazione fotografica di queste pagine (ma per saperlo basta aver seguito anche distrattamente il calcio negli ultimi tre decenni), le intemperanze a sfondo etnico-religioso sono purtroppo patrimonio comune alla quasi totalità delle tifoserie italiane. E allora pretendere che se lo fa chiunque altro è goliardia ma se lo fanno i laziali è emergenza democratica sconfina nel ridicolo. Non esistono regole certe. Non tutti pagano, e non tutti pagano allo stesso modo per uno striscione o per un coro. Dieci, cento, mille esempi. 
E poi, permettetemi una parola per un presidente, Claudio Lotito, che oggi vien fatto passare per Adolf Hitler quando è stato l’unico, e ribadisco l’unico, a subire minacce e attentati per la sua guerra contro i violenti in curva. Chi oggi si indigna, dov’era allora? Provare ad accollare a lui e alla società la colpa di quanto accaduto è da miserabili. Sostenere che è troppo tardi il suo ingresso per le scuse in sinagoga, è da infami.  
E dunque. Veniamo al domani. Va bene che viviamo nell'era del politicamente corretto e della prevalenza della forma sulla sostanza, ma vogliamo fare chiarezza una volta per tutte su cosa si può dire allo stadio e come dirlo? Ad oggi non si capisce nulla. Chi decide se, tanto per fare un esempio, il saluto romano in curva si può fare o no visto che un giudice condanna e un altro assolve? Stesso dicasi per i cori antisemiti, fenomeno per cui tutti noi - io per primo - proviamo orrore: lo sapete oppure no che un giudice ha assolto due ultras romani perché il fatto non sussiste? Si dirà, esiste una giustizia penale e una sportiva. Benissimo. Ma come mai ogni domenica YouTube regala ai suoi utenti cori razzisti durante le partite e nessun referto mai finisce in procurta penale o sportiva? 
E allora. O il razzismo è sempre sbagliato, e allora si puniscono tutti i razzisti senza vedere di che colore hanno la sciarpetta, o il razzismo allo stadio non è sbagliato e vale tutto per tutti. Altrimenti resta solo l'arbitrio, che non è quel signore fosforescente che ormai fischia solo se lo dice la Var.

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