Nessuna resa

Né Ali né l'universo hanno messo al tappeto George Chuvalo. Anche se entrambi si sono dati molto da fare
 di Fabio Corti Twitter: @fabiocorti84  articolo letto 343 volte
Nessuna resa

 

A Toronto, la sera del 29 marzo 1966, assieme al sole tramonta un sogno: quello di strappare la cintura di campione del mondo dei pesi massimi dalle mani di Muhammad Ali.
The Greatest ha riempito di pugni un temerario senza speranza, George Chuvalo. The Greatest esce dal Maple Leaf Gardens col titolo e la consapevolezza del predestinato. Quelli, e un sacco d'ematomi.
Prima del verdetto ai punti in favore del più grande di sempre, ci sono stati 15 round bestiali. The Greatest va ad accomodarsi, sfinito e pesto, in un letto del Saint Michael's Hospital, dove medici e infermieri si adoperano per rimetterlo in sesto. Nello stesso preciso istante, in una sala da ballo poco lontano, il pianista ci crede davvero e si lancia su Frank Sinatra: That's Life, questa è la vita. Una coppia balla cheek to cheek. Lynne guarda il marito e sorride. Lui ricambia ma da fuori non si capisce, perché non ha più una faccia. Il marito è George Chuvalo.

 

Si vanterà per decenni del fatto che «quella sera Ali è finito in ospedale, io ho portato mia moglie a ballare». George Chuvalo è così, uno che ha perso tanto ma non è mai andato al tappeto.
Figlio d'immigrati croati, i Čuvalo, nasce nel 1937 e viene su in un posto chiamato The Junction, protuberanza di Toronto dove le quattro linee ferroviarie principali s'intersecano fra loro e con le traiettorie esistenziali di un'umanità operosa e fiera, fuggita fin lì da tribolazioni assortite nei cinque continenti. Mamma Čuvalo spenna polli. Cento polli, un dollaro. Papà Čuvalo scuoia animali per un commerciante di pellami e non vuole mai andare in vacanza. Teme di perdere il posto se si assenta. Dai Balcani s'è portato un gomito sinistro mezzo spaccato, che gli impedisce di usar bene il braccio. La volta che l'hanno convinto a farsi finalmente le ferie, il figlio la ricorda bene: «Andava lo stesso alla ditta per controllare la situazione, era fatto così. Per sbrigare la sua stessa quantità di lavoro mentre era via, vide che avevano dovuto assumere due tizi».
Čuvalo figlio mostra una certa inclinazione per i pugni, specie quelli altrui. Il ragazzino, fisicamente ben messo ma nulla d'impressionante a confronto degli avversari (nel Junction come nella hall of fame pugilistica), pare avere una densità diversa rispetto al resto del genere umano.

Ha qualcosa dentro.

In gioventù lo allena anche Rocky Marciano, primo a cogliere un dettaglio decisivo: puoi colpirlo finché ti pare, ma non c'è nulla in grado di mandare Chuvalo knockdown. Né Muhammad Ali, né l'universo.

Anche se entrambi si daranno molto da fare.

In 23 anni di carriera Chuvalo attraversa 97 combattimenti, per due volte sfiora il titolo mondiale (Ernie Terrell, 1965; Muhammad Ali, 1966), incassa ogni genere di colpo, sopporta qualunque dolore, soffre come pochi, al di qua e al di là delle corde. Ma non va mai al tappeto. Mai. Ali gli renderà l'onore delle armi, definendolo «il ragazzo più duro con cui abbia mai combattuto». Nemmeno Joe Frazier e George Foreman, due fra i più letali picchiatori nella storia della boxe, l'hanno buttato a terra. Si sono dovuti accontentare del ko tecnico, quando per qualsiasi altro rivale sarebbe stata l'ora dell'estrema unzione. Per sconfiggere Chuvalo, Frazier deve gonfiargli la faccia tanto da chiudergli non uno ma entrambi gli occhi. Come se non bastasse, le cronache mitologiche dell'epoca riportano che negli ultimi istanti del match, semicieco ma ancora saldo sulle gambe, Chuvalo avesse pure una frattura alla mascella. Foreman, invece, lo colpisce tanto da sbriciolargli il naso. Interviene l'arbitro quando diviene chiaro a tutti che Chuvalo, piuttosto che andare al tappeto, sarebbe passato direttamente dal ring all'obitorio. La sua carriera è stata un continuo e commovente salire sul ring, farsi del male, curarsi le ferite e risalire sul ring. Un eroico ciclo di sconfitte, che solo un vincente nato potrebbe sopportare.

Chuvalo viene unanimemente riconosciuto come il più grande incassatore nella storia del pugilato.

Una buona metafora della vita: di Ali che vince per divina concessione ce n'è uno, tutti gli altri devono accontentarsi di resistere alle mazzate.

Chuvalo era soprannominato Great Canadian Rock. Come le rocce, aveva qualcosa dentro.

Dopo il ritiro (1978), con la moglie prende casa nel quartiere multietnico di Mount Dennis e tira su cinque figli, quattro maschi e una femmina. Fra gli anni Ottanta e Novanta, nei sobborghi placidi e signorili come quello dove vivono i Chuvalo, si alza la marea della droga. Jesse, il figlio minore, il più esposto a certi rischi per via dell'età balorda, finisce nel gorgo dell'eroina.
Chuvalo ha trovato la forza per ricostruire tutto e confidarsi col magazine Toronto Life:

«Ha iniziato a 20 anni, a una festa. Ne è diventato subito schiavo».

Jesse porta la roba in casa, dove ci sono gli altri fratelli. È così che iniziano a farsi anche Steven e Georgie Lee.

«Non avevo idea che i miei figli si iniettassero eroina nel seminterrato. Prima che potessi realizzare che avevo un eroinomane sotto il mio tetto, erano già diventati tre».

Nei primi periodi i ragazzi incontrano i pusher nel bar di un buon albergo. Comprano le dosi e filano a chiudersi nei bagni. Poi peggiora: più dipendenza, più droga, meno soldi in tasca. Per finanziare la prossima pera, iniziano ad assaltare pub e farmacie armati di asce e coltelli.
Una sera Chuvalo, la moglie e i ragazzi tornano a casa dopo una bistecca in un ristorante del quartiere. Il piccolo Jesse aveva declinato l'invito. Aveva altri programmi. Rimasto solo, si è seduto al tavolo in soggiorno e ha infilato in bocca un fucile da caccia, spazzando via con una scintilla nella penombra il rimorso per i guai procurati a sé e ai fratelli.

«All'epoca ero consapevole della dipendenza di Jesse, ma non avrei mai pensato potesse uccidersi. Pensavo che i miei ragazzi fossero abbastanza tosti da venirne fuori da soli. Non mi perdonerò mai per questo».

Quando hai qualcosa dentro, sei convinto ce l'abbiano tutti.

La fine di Jesse è il primo masso della valanga che seppellirà la stirpe dei Chuvalo. Georgie Lee e Steven sprofondano ancor di più nell'eroina. Steven è quello messo peggio, finisce in overdose 15 volte nel giro di due mesi. Corre senza freni incontro alla morte. George tenta la carta del rehab almeno con l'altro fratello ma l'esperimento fallisce: Georgie Lee in istituto non dura neppure due settimane. Un paio d'anni dopo entrambi i ragazzi sono in galera per rapina, beccati dopo l'assalto in una farmacia di Etobicoke.
Georgie Lee dietro le sbarre tenta il suicidio, si taglia polsi e gola. Lo salvano.  La tempra dei Chuvalo, forse. Però non si dà pace e lo dice chiaro: cercherà l'overdose di proposito, per ricongiungersi in paradiso con suo fratello. George Chuvalo da anni sta incassando senza cedere, perché non sa come si faccia, colpi sfiancanti. Finché una settimana dopo il rilascio arriva quello da ko: Georgie Lee morto dentro un'auto parcheggiata, la siringa che penzola dal braccio. L'aveva detto.
Si fa fatica a immaginare un senso d'impotenza più paralizzante. Ma George Chuvalo non va al tappeto. Riordina le idee, si concentra su Steve.

Nella vita, come sul ring, è quando sei alle corde che prendi i colpi peggiori.

La povera Lynne, in una di quelle mattine tiepide ma senza sole, si stende e stringe al petto una Bibbia. Ha trovato, nascosti in casa, flaconi di pillole rubati alle farmacie dai suoi figli tossicomani. Un lascito venefico. Scrive un bigliettino a George, tiro sotto la cintura di una lottatrice disperata.

«Ho cercato l'amore, non ne ho trovato».

Sarà Chuvalo stesso a scoprire il cadavere.

«Non ricordo nulla di quel mese, solo che non riuscivo ad alzarmi dal letto».

Per Steven è anche peggio. Si presenta strafatto al funerale della madre, poi rapina tre drugstore in meno di un'ora. Si riduce a tentare il furto di alcuni tranquillanti per procioni da uno studio veterinario. Finisce ancora in carcere.
Negli anni in gattabuia, si ripulisce abbastanza da riprendere gli studi. Il padre tentava di sorridere con i secondini:

«Tenetelo dentro».

Stesso avversario, altro round. A sei mesi dal diploma, arriva il rilascio:

«Lo vedevo sano e concentrato. Per la prima volta pensavo avesse una chance».

Fuori però ad attendere Steve ci sono i fantasmi d'una famiglia inghiottita dal buio di un seminterrato e uno spacciatore che risponde sette giorni su sette. Troveranno un altro Chuvalo morto di overdose, con l'ago piantato nella pelle.
Non c'è l'arbitro stavolta, a dire che basta così, stop ragazzi, altrimenti George Chuvalo ci lascia le penne.
Nella vita di questo boxeur da film su cui nessuno ha mai girato un film, il dolore è l'unico tasto del pianoforte che abbia mai funzionato. È come se il destino, dopo avergliene fatto dono, avesse voluto misurare la durezza della roccia.

«Morto Steve, non funzionavo più. Ogni volta che spegnevo la luce per dormire, mi sentivo soffocare. Mi incolpo per la fine dei miei figli, per non avergli impedito di lasciare gli studi, per non averli mandati prima in rehab. Mi sono sentito per un pezzo come loro, senza vita».

Ma George Chuvalo non è mai andato al tappeto.

In un mondo di pugili che sbarellano perché le borse sono troppo ricche da gestire e i soldi danno alla testa, di bulli su Facebook, amori perduti, falsi miti, alibi comodi, ladri e traditori, ognuno trova la propria scusa per starsene al tappeto - dove nulla può più colpirti - a sfogliare la margherita dei rimpianti. George Chuvalo non ci è mai andato, al tappeto.

Mai.

Gira per le scuole, tiene seminari contro la droga. Il gong è ogni mattina. Mostra le foto dei suoi ragazzi giovani, belli e sorridenti. Racconta le siringhe in cantina, i fucili, le galere e i funerali. Mette in mostra tutto, anche l'infinito senso di colpa.

«I ragazzini restano scioccati».

 

 

George Chuvalo vive, che poi significa combattere.

Il 12 settembre ha festeggiato 80 anni.

Sta con i suoi sei nipoti. Uno ha 26 anni, è figlio di Steve e lo hanno chiamato Jesse.

«Andiamo in palestra insieme un paio di volte la settimana. Non aggancia mai il telefono senza dire che mi vuole bene».

George ha scritto un libro: A fighter's life. Vita di un combattente.

Di notte scazzotta con gli incubi, di giorno scazzotta coi ricordi.

«Il più tosto di tutti», Ali l'aveva detto.

George Chuvalo è ancora in piedi, con la guardia alzata.

Tanti auguri.

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