Mister Vendetta

Gasperini sfida l’odiata Inter, l’unica “grande” che allenerà nella sua carriera: ma battendola può trasformare l’Atalanta stessa in una “grande”
 di Claudio Savelli Twitter: @pensavopiovesse  articolo letto 1063 volte
Mister Vendetta

Il sorriso di Giampiero Gasperini, spontaneo ma compiaciuto al punto da apparire malefico, racconta il gusto della rivincita nei confronti dell'etichetta di tecnico da piccola squadra. Quale occasione migliore per rivendicare la propria credibilità se non Inter-Atalanta: di là la squadra che azzerò Gasperini e di qua quella che ne ha elevato di nuovo la considerazione. L'alone di risentimento con cui il tecnico della Dea parla dell'Inter rimane ogni volta nell'aria, un po' fuori luogo e inopportuno, ma è la comprensibile parte del racconto di un periodo difficile della sua vita professionale. È uno scudo, dietro il quale Gasperini ingaggia una battaglia con la reputazione di allenatore da "piccola squadra", fastidiosa etichetta appiccicata proprio in virtù del suo fallimento all'Inter.

Gasperini è un allenatore che si è affermato in club medio-piccoli, dove è più facile affidarsi ad una progettualità lunga perché bastano risultati normali per raggiungere gli obiettivi e proteggere la propria immagine. L'Atalanta è un contesto perfetto per un allenatore come lui, ma in questa oasi di lusso professionale esiste anche un lato oscuro: allenare squadre che centrano con discreta facilità e regolarità la salvezza generano un cortocircuito, perché alla facilità con cui si raggiunge la permanenza in A non corrisponde poi la forza, da parte della società, per puntare a obiettivi maggiori. I tecnici, che per natura tendono a volere di più, a puntare più in alto, si scontrano con questo tipo di tranquillità professionale, che prima ne rafforza la carriera, ma poi la limita. Chi adempie ai propri compiti ha il diritto di pretendere, ma per il club è stato sempre più economico cambiare l’allenatore piuttosto che accontentarlo nel suo nuovo mercato.

Qui va stabilito il grande merito di Gasperini all'Atalanta, ovvero quello di inserirsi nel club come valore aggiunto, come differenza necessaria per allargarne la dimensione ed elevarne il limite competitivo. Gasp è stato persuasivo, ha dimostrato al suo club che il lavoro magnifico nel settore giovanile era già in grado di produrre giocatori da serie A e che sarebbe stato meglio lanciare in prima persona questi ragazzi piuttosto che prestarli altrove. L'Atalanta, grazie al suo ultimo mister, ha così eliminato un passaggio di crescita dei suoi calciatori, ritrovandosi improvvisamente autosufficiente. Inoltre, l'esempio stimola i ragazzi, che ora giocano nelle giovanili consapevoli che l'accesso in prima squadra (e quindi in A) non sia un'utopia ma una possibilità concreta. Tutto questo alimenta inoltre la rara e piacevole sensazione di identità tra giocatori e club: non a caso il gruppo formato dai compagni di una vita Caldara-Conti-Gagliardini è (stato) la spina dorsale della cavalcata nel girone d'andata. Gasperini ha elevato ad arte il lavoro artigiano di Zingonia, ha valorizzato come nessuno il miglior vivaio italiano, trasformando i semi in primizie: i giovani prima utili a rinforzare il bilancio sono ora necessari per inseguire l'obiettivo sportivo (l'Europa League, e non più la salvezza).

Ma ora se ora l'associazione "giovani forti-squadra forte" sembra banale, va ricordato che ai nastri di partenza l'Atalanta era considerata da zona retrocessione. Anche un tecnico abile con i giovani come Gasperini ha rischiato di essere banalizzato nei primi mesi a Bergamo, costretto (da se stesso o dalla società) a privilegiare l'esperienza sul rischio che avrebbe comportato un eccesso di gioventù in campo. Così ha schierato formazioni lontane dalla sua concezione, e solo una volta spalle al muro ha preso una decisione netta, assumendosi la responsabilità di un cambiamento.

La sfida all'Inter è l'ultimo capitolo della storia di un uomo ancora all'inseguimento della sua dimensione da allenatore. Perché l'opportunità in una "grande" - proprio la seconda Inter anagraficamente vecchia del post-Triplete -, Gasp l'ha già consumata e difficilmente ne avrà una seconda, per via dell'ormai certificata dimensione di allenatore da progetto di grandezza, dunque inefficace nei club nobili di nascita. Ad incastrarlo è la sua unicità, che è anche il suo più grande limite: quello di Gasperini è un gioco che esige un'applicazione totale, perché essendo una costruzione di duelli individuali basta la mancanza di un giocatore per sabotare l'intero meccanismo. È la parafrasi calcistica di una religione: va abbracciata e ne va diffuso il culto. Lo si può fare nell'Atalanta (o nel Genoa), non nei grandi club, dove i calciatori sono maldisposti a farsi governare. Dunque non rimane, a Gasp, che la via alternativa, la più difficile e affascinante: trasformare l'Atalanta in una "grande". Solo trascinando la Dea in Europa, Gasperini potrà evadere dalla sua straordinaria normalità. 

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