La Lazio era quasi morta, poi è arrivato Fiorini

Domandate a un laziale il momento più glorioso della storia, lui parlerà del 21 giugno 1987 e una partita in B col Vicenza. "Dopo l'urlo dell'Olimpico l'altoparlante chiedeva un medico in tribuna"
22.10.2015 08:28 di Efisio Collu  articolo letto 6475 volte
Il Destino ha l'11 di maglia
Il Destino ha l'11 di maglia

Chiedete a qualsiasi laziale sopra i trentacinque anni quale sia stato il singolo istante più glorioso della ultracentenaria storia della sua squadra e vi risponderà in un batter di ciglia che è stato il gol di Fiorini a Lazio-Vicenza. Voi rimarrete spiazzati, e avrete tutte le ragioni del mondo: vi aspettavate coppe o scudetti, Lenzini o Cragnotti, Di Canio o Lulic e invece vi ritrovate col gol di uno che non avete mai sentito nominare, per giunta in una partita contro una provinciale. Confidando in qualche Coppa Italia dimenticata, chiederete quando la Lazio abbia giocato una finale contro il Vicenza e vi sentirete dire finale de che, era l'ultima giornata del campionato di B. A quel punto non vi resterà che arrendervi alla desolante evidenza di quanto peculiare sia la scala di valori di un tifoso della Lazio. Il quale - e non ci sono trionfi che tengano - semplicemente non riesce a sfrattare dal famoso posto speciale del cuore il giorno in cui la Lazio danzò a lungo con la Morte prima di piantarla in asso sul più bello. Lazio-Vicenza, gol di Fiorini.
Succede a Roma, il 21 giugno 1987. Ultima partita della stagione regolare. Lazio in casa col Vicenza: sconfitta o pareggio significano retrocessione in C, che a sua volta significa collasso certo per società e squadra dopo 87 anni di onorato servizio; la vittoria vale un biglietto per la lotteria degli spareggi. Partita da vinci o muori, solo che stavolta l'espressione va presa alla lettera. Loro si salvano con un pareggio, tu hai novanta minuti per sapere se sei ancora vivo.
Riassunto delle puntate precedenti: la stagione '86-'87 della Lazio è un incubo: ambizioni da promozione, rosa di grido (re del mercato Gabriele Pin, prelevato nientemeno che nella Juve campione d'Italia), ritiro a Gubbio. Dove un bel giorno piove la notizia che è uscita la sentenza del calcioscommesse e la Lazio è in C. C'è sempre il ricorso, ma se non lo accettano col calcio professionistico finisce praticamente qui. Momenti di panico e squadra annichilita: una specie di otto settembre biancoceleste il cui culmine è però destinato a diventare uno dei picchi dell'epica laziale di ogni tempo: il discorso di Fascetti. Intuito lo sbando, l'allenatore gioca d'anticipo e raduna la squadra: "Io resto a lottare, qualunque sia il verdetto finale della CAF. Chi non se la sente di fare altrettanto, salga in camera, prepari la valigia e se ne vada subito. Altrimenti resta e combatte". "Mister, da qui non se ne va nessuno", vuole la leggenda abbia risposto il capitano Mimmo Caso. (Per rendersi conto di quanto la cosa sia scolpita nella coscienza collettiva dei laziali basta ricordare come, nemmeno un anno fa, per presentare la riedizione della storica maglia di quella stagione si sia deciso di produrre uno spot consistente nel reboot della celebre scena con Pioli e la rosa attuale come interpreti). 
Qualche settimana e arriva l'appello: la Lazio resta in B, ma con nove punti di penalizzazione. L'esecuzione è solo rimandata: siamo nell'era dei due punti a vittoria, e salvarsi in un campionato rognoso come la B partendo da un abisso simile è impossibile. La stagione sarà estenuante: girone di andata così così, cose che sembrano mettersi accettabilmente nella prima metà di quello di ritorno, repentino peggioramento a ridosso della fine del campionato. Lo sprint finale è da brividi: un punto nelle tre gare precedenti l'epilogo ed arrivo all'ultima partita con un piede in C e l'obbligo di fare un miracolo. Nello specifico, di vincere contro il Vicenza.
I primi ottantadue minuti sono un incubo: Lazio che si danna l'anima ma che non riesce a segnare, portiere che para pure le mosche, loro che a un certo punto si mangiano una cosa clamorosa, un'espulsione a favore che nemmeno sembra riuscire a spostare alcunché. Fino al 37' del secondo tempo, quando Esposito riceve il pallone sulla trequarti e non sa che farci. Apertura a destra, palla a Podavini. Che se l'aggiusta, prende la mira sul palo lungo ed esplode una ciavattata di rara inguardabilità. Tra la ciavattata e l'ingloriosa fine in fallo di fondo che merita, però, si manifesta il destino. Per farlo - coerentemente col proprio sviluppatissimo senso dell'umorismo - il fato sceglie il più improbabile idolo di sempre: Fiorini Giuliano da Modena. Rude centravanti con la maglia numero 11, Fiorini non è esattamente un idolo delle folle: in due stagioni alla Lazio ha segnato nove gol, che non è esattamente una media da cecchino. Eppure, in quell'istante Fiorini diventa la Grazia incarnata: gamba in fuori ad arpionare il pallone, perno sul difensore e tocco in spaccata ad anticipare l'uscita del portiere. Il più classico dei gol di rapina.
In quella frazione di secondo di assoluta perfezione, cambia la Storia. Il primo a cogliere l'enormità del momento è lo stesso Fiorini, che scoppia in lacrime prima ancora di essersi alzato per correre sotto la curva. Lo stadio Olimpico (62mila laziali per una partita di B: oggi nemmeno se fai la finale di Champions) è un unico gigantesco boato: l'unico suono intellegibile è quello dell'altoparlante che chiede con insistenza se  in tribuna Monte Mario c'è un medico. Gli ultimi minuti vanno via con estenuante lentezza, poi finisce. Finisce 1-0: niente retrocessione, la Lazio è ancora viva.
Per salvare definitivamente la pelle serviranno altre due partite: gli spareggi sul neutro di Napoli contro Taranto e Campobasso. Gare anch'esse cariche di dramma ed eroismo (il fuorigioco di De Vitis, l'Autosole assaltata dai laziali in trasferta, il gol di Poli) come e più di quella col Vicenza, e però gare che non hanno assunto negli anni la centralità e la sacralità della partita del gol di Fiorini. Sarà perché col Vicenza era in casa e quindi c'era più gente allo stadio a farsi segnare per la vita, sarà perché il primo spareggio quello era e agli altri due chi ci pensava, sarà perché un gol come quello di Fiorini è così bello da ricordare che ci sta persino di ingigantirne il significato (già non indifferente di suo). Fatto sta che Lazio-Vicenza per il laziale è e resta la partita di tutte le partite. Perché nulla di tutto quello che è venuto dopo (e che si sia trattato di roba inimmaginabilmente clamorosa non fa che rendere la considerazione ancora più stringente) sarebbe stato possibile se non si fosse vinto col Vicenza. Nulla sarebbe stato possibile se quel giorno Giuliano Fiorini non avesse salvato la vita alla Lazio.
 

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