In fondo al derby

Tanti proclami, tantissimo pubblico, zero spettacolo. E il Milan se l'è cavata meglio
 di Fabio Corti Twitter: @fabiocorti84  articolo letto 1313 volte
In fondo al derby

Il made in China ha due peculiarità: conquista le masse e manca totalmente di qualità.

Quindi è stato un perfetto derby cinese. 

Oceani di impiegati del catasto di Shanghai, occhio vitreo e maglia nerazzurra monomodello-monotaglia, starnazzano in diretta televisiva con incomprensibile entusiasmo: Nagatomo non riesce a proteggere una rimessa dal fondo senza spiedonare la palla in corner, con una goffaggine che in confronto Pippo sembra Roberto Bolle. 

Praterie di geometri dell’ufficio sinistri delle megaditte di Pechino, sorriso graffettato in faccia e maglia rossonera arrivata ieri per posta aerea, strepitano con irragionevole gaudio: De Sciglio capisce a fine primo tempo che quello che ha vissuto nei tre quarti d’ora precedenti non era riscaldamento ma già la partita, anticipata alle 12.30 per farla vedere in tutti gli uffici sinistri di tutti  i catasti della Cina.

Sentordici miliardi di telespettatori e mezzo.

E un cazzo di niente da vedere. 

Nella gazzarra generale di limiti tecnici, svarioni assortiti e strategie tattiche opinabili, ecco in mezzo a tutto ciò, diventa una questione di carpe diem.

Vince chi coglie l’attimo. 

E allora Candreva infilza il Milan che si dimentica di lui, Icardi replica per l'Inter quando a dimenticarsi è Romagnoli, che a sua volta viene dimenticato quando raccatta il gol dell’1-2 da una mischia in area. 

In molti sosterranno che l’arbitro poi abbia dimenticato di fischiare la fine.

E all’apice del caos, una domanda riecheggia nella testa di buona parte dei tifosi, da ambo le parti:

“Figa, ma ha segnato Zapata?”

 

È significativo che il primo derby con gli occhi a mandorla d’Italia si sia risolto con un assalto alla baionetta portato a termine dall’uomo meno apprezzato dei 22 in campo. E badate bene, il campo era pieno di gente poco apprezzata.

Non ci si poteva aspettare un ricamo di Mati “alla Messi”, o nemmeno una rovesciata di Bacca “alla Rooney”, colpi solenni di campioni che firmano derby gloriosi, ambiziosi. Questo non lo era, rimaneva più cornice che quadro, allora il finale è giusto, con l'uomo troppo spesso in difetto a recuperare il difetto, con la sua maglietta consegnata a fine gara al buon Li, nuovo proprietario rossonero, tutta bella impregnata del sudore di Zapata, quello della Zampata, l'alfiere della Zappata, ma chissenefrega, l'uomo del Derby è lui, rimarrà negli archivi. 

Ogni epoca ha la bacheca di magliette che merita.

Abbiamo assistito al coupe de theatre perfetto per un derbuccio imperfetto: una ciabatta marcia e storta di Zapata, per grazia ricevuta da un'uscita farfallonica di Handanovic, che carambola sulla traversa con fare talmente vago da richiedere l'ausilio dell'orologino dell'arbitro (ci piace immaginare cinese pure quello) che rintocca “gol” e annuncia la fine dei giochi.

È l'apologia della rimonta dei peggiori.

Giusto premio per il Milan, considerato inferiore nei singoli ma che - consapevole di questo divario - annulla il delta negativo col collettivo. Per questo il Derby è un pareggio da cui l'Inter esce sconfitta e il Milan vittorioso. Per questo l'uomo del destino poteva essere solo e soltanto uno come Zapata, oltre il tempo concesso ad una stracittadina che aveva già rotto i maroni, a ben pensarci, prima di cominciare.

Milano ha lustrato la sua cornice, come una volta. Ora, che qualcuno ci infili dentro qualcosa da rimirare.

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