Il nuovo nove

Mertens festeggia il suo 30° compleanno con due gol al Cagliari che spiegano perché è il nuovo prototipo del centravanti
 di Claudio Savelli Twitter: @pensavopiovesse  articolo letto 930 volte
Il nuovo nove

È il pensiero la prima cosa che fa di Dries Mertens un vero centravanti, o meglio, il nuovo prototipo del centravanti. La proiezione instancabile di se stesso verso la porta avversaria, l'immaginare tutti i movimenti propedeutici al gol. Non è un modo di fare e di pensare da ala, da centrocampista, da trequartista: è proprio della punta. Il primo gol segnato al Cagliari è esemplificativo: individua la traccia e detta il tempo a Ghoulam per il cross, sul quale arriva poi puntuale e naturale.

Il secondo gol, invece, è più puramente tecnico, ma anche lì c'è il pensiero prima di tutto: il pallone arriva da sinistra, Mertens è al limite dell'area e il suo stop è un tutt'uno con il seguente tiro, radente, calibrato.

Il belga pensa e fa bene le cose di questo ruolo. La sua coordinazione è sempre perfetta, il tiro avviene in maniera naturale, come se fosse sempre banale. Dries tira troppo bene per non essere efficace. E tira così bene perché è predisposto al gesto, non ha difetti di postura. Ed è così efficace perché è veloce in tutto il processo, ruba un tempo agli avversari, è come se la sua partita fosse impostata su una musica diversa: lui gioca in levare, gli altri in battere. E poi, si muove ad elastico, sia in orizzontale che in verticale, ma mai fuori contesto, è sempre “dentro” la giostra della squadra, ne è meccanismo essenziale e al tempo stesso differenza.

È un prototipo di centravanti talmente diverso che potrebbe essere la genesi di una nuova esigenza. Non più l'attaccante boa, grosso e spesso, e nemmeno il “falso nove” che libera lo spazio ai centrocampisti, quanto piuttosto una punta vera e propria ma con un fisico incalcolabile per i difensori, non ancora catalogato. Un fisico ibrido, che non è quello longilineo, snello, con il baricentro alto proprio di un'ala come quello, ad esempio, di Callejon, ma che è quello di una seconda punta minuta con un baricentro basso come centro di gravità per agevolare la presa delle gambe, spesse e muscolari, sul terreno. Così Dries tiene botta ai difensori avversari, è questo che gli permette di essere prima punta.

Mertens sapeva di essere ormai giunto, in questa stagione, al bivio della carriera. Nell'anno dei 30, compiuti oggi, non aveva ancora trovato una dimensione di titolare assoluto che, per qualità e serietà gli sarebbe spettata di diritto. Sapeva anche, Dries, che l'infortunio di Milik sarebbe stata un'occasione per guadagnare continuità d'impiego dal primo minuto e diventare finalmente unico artefice del proprio destino. Ma andava capito questo nuovo ruolo, l'idea del cambiamento andava assorbita velocemente e sarebbe dovuta nascere immediatamente una predisposizione all'apprendimento, alla conoscenza dei movimenti della punta centrale. Il fatto che Mertens abbia accettato questo rischio non è banale, è una cosa che deve far ragionare su questo giocatore, sulla sua capacità fisica e mentale di adattarsi ad una richiesta non preventivata, e accettare la possibilità di una brutta figura pur di realizzarsi pienamente. Va ricordato che Dries non aveva riparo, nessuno scudo per un eventuale fallimento, perché fosse andato storto l'esperimento di Sarri di impostarlo centravanti sarebbe crollato anche tutto il Napoli, che da Gabbiadini non aveva mai ricevuto le risposte necessarie per rimanere in alto in classifica. Il Napoli è 2° anche e soprattutto grazie alle 24 reti in campionato del suo miglior giocatore, che sommate alle 5 in Champions, ad una in Coppa Italia e ai 12 assist complessivi raccontano di un attaccante vero e totale, di un giocatore che fa la differenza.

Di Dries stupisce la velocità con cui ha appreso il modo di giocare necessario per reggere il peso del centro-attacco. È la dimostrazione che per i grandi giocatori il calcio è universale e i ruoli sono un'etichetta, un'abitudine, più che una dimensione reale. Chi sa giocare a pallone può farlo in qualsiasi zona del campo, a patto che sia disponibile a impararne i movimenti e le esigenze tattiche. Mertens sta dimostrando di appartenere alla categoria dei calciatori superiori perché protagonisti del gioco, sempre e comunque.

E stupisce anche, di Mertens, il suo desiderio di calcio talmente ardente e continuo da vietargli il risparmio energetico. Non gioca mai per la sufficienza, sempre per l'eccellenza, anche quando la partita non gira per il verso giusto. Omaggia un'esistenza di calciatore al meglio, non è banale nemmeno questo, anche se dovrebbe esserlo. Per questo motivo, soprattutto, non ci si può non innamorare di Mertens, di questo Mertens. E poi perché quando segna resta per aria il buonumore, figlio della consapevolezza di aver visto il manifestarsi di un talento senza freni, bello in sé. 

© 2017 Il Senso del Gol