Guida ragionata al sorteggione Champions

Il Real è il Real, l'Atletico fa paura e il Monaco è indecifrabile. Cosa deve augurarsi la Juve?
 di Claudio Savelli Twitter: @pensavopiovesse  articolo letto 1249 volte
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Guida ragionata al sorteggione Champions

 

Quali sono gli scenari davanti alla Juventus in cerca di rinnovata gloria? Due spagnole rodatissime, i misteri del Principato di Monaco. Pregi, difetti e insidie imprigionati nelle palline nell'urna di Nyon.

 

Real Madrid

In parole povere: più che una squadra, pensiero diffuso. Quello di essere i migliori e aver diritto al massimo, sempre. Sette semifinali consecutive in Champions sono cemento che consolida le ambizioni del Madrid. Testimonianze di superiorità che permettono a questa squadra di dominare le partite mentalmente, anche senza strabiliare nel gioco. Questo Real sta sovvertendo la retorica del calcio, aprendo l'era successiva a quella del Barcellona del tiki-taka: sta dimostrando di poter essere il migliore semplicemente avendo i giocatori migliori in ogni ruolo. Sta annullando l'importanza degli allenatori e delle strategie, riportando tutto alla vecchia teoria per cui sono i giocatori a fare la differenza. Un assioma ciclicamente spezzato dalle rivoluzioni collettive, che ora però sono svanite. Il Real ha qualcosa di reazionario, per questo è sempre difficile.

Punti di forza: è il Real più consapevole di sempre. Conosce i propri limiti ma sa perfettamente come non metterli in mostra. Dispone delle carte per vincere ogni partita, di volta in volta trova un modo adeguato per avere successo. Conosce meglio di chiunque le sensazioni della Champions, per questo piega i momenti al proprio volere. E poi un nuovo Cristiano Ronaldo, centravanti purissimo e diverso, non ancora stato razionalizzato dai difensori. Non è nei cataloghi, in questa fase è più difficile da marcare di un Suarez, di un Lewandowski, perché è un attaccante che non è mai esistito, è nato oggi.

Debolezze: Bale non è nella sua miglior stagione, nemmeno Benzema, non è il Real apicale della Decima. Rimane la sensazione che l'onnipotenza sia più una pretesa che un dato di fatto, la stessa sensazione però aleggiava anche l'anno scorso. E poi, l'appagamento. Due Champions vinte negli ultimi tre anni potrebbero consolare un'eventuale sconfitta, anche perché la Liga è quasi in pugno, la stagione difficilmente sarà improduttiva e il feticcio della superiorità rispetto al Barcellona è conquistato.

Difficoltà in semifinale: 3|5

Difficoltà in finale: 5|5


 Se non è un centravanti questo Ronaldo. 

 

 

 

 

 

 

Atletico Madrid

In parole povere: teoria e pratica. La sintesi perfetta tra il modo di giocare della squadra e il modo di vivere le partite del pubblico. C'è qualcosa di più del semplice calcio nell'Atletico, altrimenti non si spiegherebbero le 3 semifinali in 4 anni. È un club, questo, stabilmente nelle migliori quattro d'Europa senza essere una delle migliori quattro, né per rosa, né per risorse.

Punti di forza: l'Atletico obbliga l'avversario alla propria partita. Una situazione scomoda, soprattutto per la Juve. L'Atletico si sfila dal gioco e invita l'avversario a dirigere le manovre, ma non i tempi: quelli li impongono i Colchoneros. Il ritmo è il loro anche se il pallone ce l'ha l'altra squadra. Non sarebbe la partita che Allegri vorrebbe fare, la Juve ha il suo passo, non è abituata a farselo dettare dagli altri. L'Atletico è la squadra meno facile da decifrare, una partita sempre difficile da preparare. Incontrarlo in finale, poi, significherebbe fare i conti con il destino. È una squadra che ha accumulato un credito, perso due finali di Champions (una già vinta) contro i propri acerrimi rivali, ma ha saputo risorgere ancora, una fatica che varrebbe un premio. È una storia simile a quella del Chelsea, vicino alla gloria negli anni migliori e glorificato nel peggiore, con Di Matteo in panchina e una squadra non all'altezza delle precedenti. Forse è meglio affrontare la squadra di Simeone su due partite anziché una, per avere più margini qualora si dovesse correggere il tiro. Però nelle semifinali entra in gioco il Calderon, all'ultimo grande atto della sua vita, visto che l'Atletico cambierà stadio. E poi, il Cholo, una presenza determinante che non si può eliminare, bisogna farci i conti.

Debolezze: l'incognita attaccante. Torres non è un valore aggiunto, Gameiro nemmeno, Griezmann sì ma ha bisogno della spalla attorno alla quale ruotare, un perno per levarsi l'impegno fisico e in base al quale tracciare i movimenti. È una carenza, quella del centravanti, che potrebbe essere decisiva a questo livello. Rimane poi l'incognita dei singoli, l'Atletico dipende da Saul e Carrasco, dalle loro lune, ma è una roulette rischiosa per il Cholo, non c'è costanza di rendimento.

Difficoltà in semifinale: 4|5

Difficoltà in finale: 4|5

 Dal vangelo secondo Simeone: come difendere la porta.

 

 

 

 

Monaco

In parole povere: la forza gioiosa e naturale del talento, in campo e in panchina. Manifesto di un calcio senza vincoli, ordinato nella fase difensiva, diretto in quella offensiva. Non ci sono dubbi, nel Monaco, perché Jardim è un allenatore che basa la squadra su poche certezze, ma perfettamente assimilate. È una squadra pura, attacca e difende con la stessa efficacia perché non preferisce l'una o l'altra cosa.

Punti di forza: da Mbappé a Mendy, da Fabinho a Silva, sono questi i giocatori nuovi del calcio europeo. Jardim è il valore aggiunto, la lettura delle partite è efficace perché valorizza le armi a sua disposizione. È un tecnico, il portoghese, che scava nelle debolezze dell'avversario e modella la sua squadra allo scopo di segnargli più gol possibili. Sei gol al City in due partite, altrettanti al Borussia: l'obiettivo è farne uno in più dell'avversario, senza calcoli, ed è una filosofia che può agitare uno scontro diretto. Una variabile fuori contesto, che solo il Monaco può permettersi perché è nella sua natura, perché è il modo che ha trovato Jardim per rendere la sua squadra all'altezza delle grandi.

Debolezze: la gioventù è un rischio quando la posta in palio si alza. È un vento che travolge finché non trova muri solidi. I centrali di difesa non sono all'altezza degli altri giocatori, se sollecitati individualmente, rischiano. E poi, il contesto. Giocare a Monaco non è come affrontare il Camp Nou, è uno stadio più piccolo, più freddo, il pubblico non è abituato a determinare gli andamenti con la sua presenza. Infine, l'appagamento. Il Monaco è già oltre la sua dimensione reale, potrebbe essere contento così. Lo è la dirigenza, che ha messo in vetrina i talenti migliori, lo sono i giocatori stessi, che si sono affermati come gruppo ma anche come singoli.

Difficoltà in semifinale: 3|5

Difficoltà in finale: 3|5 


 Tra l'altro, è tornato Falcao...

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