Fogna a cielo aperto

Elogio di un tennista che si incazza perché è come noi
 di Claudio Savelli Twitter: @pensavopiovesse  articolo letto 1246 volte
Fogna a cielo aperto

Non ho mai sopportato il masochismo di Fabio Fognini. Ho sempre odiato il modo in cui, giorno dopo giorno, partita dopo partita, ha provato a buttare nel cesso un talento cristallino. E con il tempo mi sono convinto che Fognini non meritasse questo dono, che in fondo sarebbe stato meglio se fosse capitato a qualcun altro, qualcuno che fosse in grado di valorizzarlo.

Non ho mai capito Fognini, come non ho mai capito me stesso, e chi, come me, ha sempre sperato nella sua redenzione. "Cambierà", pensavo, pensavano. Non è mai successo, Fabio è sempre rimasto dannatamente uguale. 

Più volte mi sono chiesto perché per ogni sua partita importante in un torneo importante, l'Italia, e io con lei, si illudesse che fosse la volta buona per il definitivo salto di categoria. Mi sono dato una risposta pensando a ciò che Fognini rappresenta: è il nostro perfetto anti-eroe, l'allegoria delle nostre vite, uno che fa a pugni con la vita come tutti noi, che non ci sbatte in faccia una finzione ma la sua pura essenza.

In qualche modo, Fognini è noi, e noi siamo Fognini. Come lui si compiace di sé, odiandosi poi per essere ciò che è, noi ci innamoriamo di lui, dei suoi colpi, del suo gioco, tanto quanto poi proviamo odio per l'inadeguatezza del suo spirito al talento. 

Ammiriamo il tennis di Fognini perché ci fa sognare, ma la cruda realtà ci sveglia sempre prima che il sogno finisca. Il problema è che il successo, in questo sport così razionale, è un diritto riservato agli imperturbabili. Un grande tennista è tale solo quando impermeabilizza il talento. Fognini non appartiene a questa categoria, non ha nulla di robotico, infatti potrebbe vincere ma non vince.

Chissà se ora siamo di fronte a qualcosa di davvero diverso. Fognini sembra aver deciso di non poter cambiare se stesso e dunque di elevare a pregio il lato che finora l'ha ostacolato. Fabio si incazza, borbotta, si lamenta, litiga più di prima, ma più di prima gioca anche i punti fino in fondo, è "dentro" le partite, vi ci sguazza con piacere e non come se fossero un lavoro fastidioso da sbrigare. Fognini, anziché alzare bandiera bianca, sembra stia piegando il tennis al suo modo di giocare per dimostrare che in questo sport matematico si può vincere anche senza arrivare alla soluzione dell'equazione.

Così, a 29 anni, Fognini è arrivato a godersi il tennis. Dopo aver battuto ai quarti uno zoppo Nishikori (diventando così il primo italiano a conquistare le semifinali di Miami, in quella che per lui è la seconda semifinale in carriera in un "1000" dopo Montecarlo 2013), ha scritto un messaggio alla moglie Pennetta sull'obiettivo della telecamera: "Niña se vinco non torno più". Dovremmo aggiungerci: "... quello di prima", perché vincere un Atp1000 cambierebbe Fognini per sempre, renderebbe logica una carriera illogica, sarebbe l'atto di giustizia che il suo talento merita e non ha mai avuto.

Andrà come andrà, la semifinale di domani con Nadal, ma Fognini ha già vinto qualcosa che vale più di una partita e di un trofeo: ci sta dando la possibilità di trovare in lui un senso diverso del tennis, un'imperfezione che renda questo sport più umano e meno odioso nel suo essere sempre fedele alla legge del più robotico.

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