Cristiano oltre Cristiano

Perché Ronaldo migliora da una vita e giorno dopo giorno ridisegna i limiti umani del calciatore
 di Claudio Savelli Twitter: @pensavopiovesse  articolo letto 1286 volte
Cristiano oltre Cristiano

Dovremmo iniziare a quantificare il valore della testimonianza di Cristiano Ronaldo nella storia del calcio. Stiamo vivendo un uomo che giorno dopo giorno, partita dopo partita, ridisegna i limiti umani del calciatore. Ronaldo è sempre stato qualcosa di più di un giocatore, ma non era scontato che lo fosse per tutto questo tempo. Siamo talmente abituati all'idea che abbiamo di Cristiano, alla sua presenza nel calcio, che ormai fatichiamo a renderci conto del suo valore reale. Pensiamo che la sua sia una dimensione parallela, quella di una divinità catapultata nel nostro mondo terreno, ma non è così, quella natura appartiene a Messi, non a Ronaldo. Cristiano è un uomo normale che si è costruito questa natura superiore partendo dallo zero, ed è per questo motivo che la sua carriera andrebbe considerata più straordinaria di quanto già in effetti sia.

Cristiano Ronaldo è il progetto in atto del giocatore offensivo perfetto.

L'ala dribblomane ne è stata solo la genesi. Partire largo e saltare gli uomini come fossero birilli era il modo migliore per assecondare la volontà di potenza del giovane Cristiano. Il ragazzo si lodava in questa riduzione del calcio all'uno contro uno perché in quel contesto minimo poteva dominare con la sola superiorità tecnica. Lui godeva nel manifestare questa qualità, era il suo modo per annunciarsi al mondo come prodigio.

Poi è arrivato il tempo di razionalizzare quel talento, andava incanalato nell'utilità di squadra, altrimenti sarebbe rimasto fine a se stesso, un isterismo estetico più che una necessità. Ronaldo è rimasto ala, ma è diventato un'ala con una proiezione verso la porta avversaria, ha individuato nel gol il modo di essere utile al gruppo, ha snellito i dribbling, le giocate e i manierismi per essere più razionale sotto porta. È diventato infallibile perché ha eliminato il superfluo.

Da qualche anno Ronaldo ha poi iniziato la terza fase della sua carriera, quella che l'ha portato a essere oggi un vero e proprio centravanti. Il merito di Cristiano è essersi costruito per tempo questa nuova dimensione in campo, si è creato lui un nuovo ruolo, non ha lasciato che un allenatore lo facesse al suo posto. È questa capacità di pensare se stesso nel futuro la prima qualità di Ronaldo: non il tiro, il colpo di testa, la velocità, il gesto tecnico. No, è l'intelligenza che lo porta a vedere se stesso da un'angolazione diversa, è come se in lui vivesse una terza persona in grado di individuarne i pregi e i difetti dell'oggi e di conseguenza di anticipare le necessità del futuro. Cristiano ha previsto le necessità a cui sarebbe andato incontro nella penultima parte della sua carriera: ha intuito di dover correre meno e di conseguenza di doversi avvicinare di più alla porta, per continuare a essere determinante. E come conseguenza, ha capito in anticipo che per fare l'attaccante avrebbe dovuto migliorare e perfezionare le qualità richieste ad una punta. Ha continuato per un po' a partire dall'ala, ma nel frattempo ha iniziato ad annusare gli spazi propri di Benzema, via via lo ha affiancato per assorbirne le movenze. Anche per questo motivo il francese non è mai stato ceduto. Ronaldo si è iscritto a questo apprendistato silenzioso, quasi invisibile, ma determinante per il suo futuro. Quel futuro che è diventato oggi. Ora Ronaldo è un centravanti formidabile, la sua carriera ricomincia da un ruolo nuovo che ha imparato alla perfezione.

Ma l'evoluzione di Ronaldo non è solo tattica, è anche mentale e spirituale. Cristiano vede se stesso nel futuro da quando è bambino. Ogni giorno della sua esistenza ha pensato al prossimo passo della sua evoluzione come calciatore. L'obiettivo è crearsi una carriera perfetta, un'ossessione vera e propria, che avrebbe spinto all'implosione qualsiasi uomo, ma non un superuomo come Ronaldo, non un'entità che pensa di essere venuta al mondo per esplorarne i limiti del genere e spingerli oltre.

A Manchester, Ronaldo ha capito quanto lavoro fosse richiesto ad un giocatore per ambire ai massimi livelli. Ha trasformato il sacrificio in un piacere: allenarsi è diventato un modo per guadagnarsi un futuro all'altezza delle aspettative, e con lui i soldi e la gloria. Per lui, non è mai stato un obbligo imposto da terzi. Non mi alleno perché domani ho la partita o perché è il lavoro per cui sono pagato, ma perché devo guadagnarmi la possibilità di essere il migliore.

A Madrid, poi, Ronaldo ha capito che per diventare il giocatore eterno nella squadra eterna sarebbe dovuto diventarne un faro, una certezza. Ai riconoscimenti personali sarebbero dovuti corrispondere altrettanti titoli di squadra. Sono arrivati, anche perché i suoi gol sono sempre stati decisivi, non solo manifestazioni di bravura.

Nell'ultimo Portogallo, invece, Ronaldo è diventato il leader positivo necessario ad una squadra perdente per definizione. Si è liberato dal fastidio di non ritenere i compagni all'altezza del suo desiderio di affermazione. La nazionale portoghese era, ed è, una squadra inferiore a Ronaldo, una base inadeguata, nemmeno in grado di sfruttare la differenza del miglior giocatore in Europa. L'ha cambiata Cristiano all'Europeo 2016 perché è cambiato lui. Ha capito di non poter pretendere che il Portogallo fosse il Real Madrid e per la prima volta ha accettato questa realtà diversa. In questo modo ha colmato la sua ultima lacuna spirituale, ha invertito il rapporto: se prima pensava che fosse la squadra ad aver bisogno di lui, e a doversi quindi meritare il suo apporto, dalla scorsa estate ha iniziato a considerare che fosse lui ad aver bisogno della squadra e a doversi guadagnare un sostegno. All'Europeo non ha più preteso che il gruppo fosse straordinario quanto lui. E i compagni, di contro, gli hanno reso grazie conquistando la finale senza di lui.

Nell'eterna sfida a Messi, infine, ha trovato un ulteriore motivo per continuare a migliorarsi. Dimostrare di essere migliore del migliore, dell'Eletto, di colui che potrebbe non allenarsi. È la sfida del superuomo nei confronto della divinità, il manifesto dell'umiltà diversa di Ronaldo, che parte ogni giorno da un gradino più basso, ma termina su un gradino più alto nell'unico modo possibile: con il sacrificio, la dedizione, la costanza. Ronaldo ha trovato il segreto del calcio come altri, ma è l'unico ad averlo sottomesso.

Infine, la sfida più grande: essere Ronaldo, essersi costruito questa dimensione straordinaria, significa essere obbligati a mantenere quella dimensione, significa dover essere all'altezza di sé ogni giorno, ogni stagione. Vuol dire annullare il logorio del tempo utilizzando il tempo stesso per adeguarsi al logorio. Ha 32 anni, Ronaldo, ma nessuno se ne è accorto. A 32 anni, in una stagione iniziata senza preparazione per via dell'infortunio rimediato nella finale dell'Europeo, ha deciso i quarti di Champions: due gol all'andata, tre al ritorno al Bayern Monaco. Due dei quali in fuorigioco, vero, ma questa è un'altra storia. Fanno 100 in Champions League, 103 nelle competizioni europee. Fanno 395 gol in 386 partite con il Real. Fanno 513 reti in 680 gare di club in carriera, più 71 in 138 con il Portogallo.

Sono numeri che danno un'idea di cosa significhi avere questo giocatore. E che cosa sia, questo giocatore. E quanto valga l'uomo che l'ha costruito.

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