Nessuna volta è come la prima. Auguri Mou

26.01.2017 15:32 di Fabrizio Biasin Twitter: @FBiasin  articolo letto 18476 volte
Nessuna volta è come la prima. Auguri Mou

 

Il collega panciuto, corrispondente per l'Italia del portoghese A Bola, non ti molla un secondo: «Voi non potete capire, questo qua è un fenomeno, questo qua vi fa impazzire, questo qua è una iena». Sputacchia a 360 gradi e pare un invasato. Poi è il turno dei cameramen: saranno una trentina e fanno a sportellate per acchiappare un posto in prima fila: «Qui ci sto io», «no, io», «levati dalle palle». Facciamo la conta: un centinaio di giornalisti di tutte le razze, microfoni come piovesse, attesa spasmodica per l'arrivo di Mourinho, un caldo porco. Il tutto all'interno dei 200 metri quadrati della sala stampa “Angelo Moratti”, ben lustrata per l'occasione.

Josè in questione non è il fornitore di caffè di Appiano Gentile, ma il nuovo oracolo nerazzurro. Alle 11.20 i media sono pronti e si scambiano confidenze. «Adesso arriva il bellimbusto e lo facciamo secco. Ma chi si crede di essere?» il pensiero più gettonato. Solo il panza continua imperterrito: «Voi non lo conoscete, non sapete chi vi mettete in casa». Agitato come il cane che “sente” il terremoto.

Alle 11.30 noialtri pennaioli tratteniamo il fiato: entra il responsabile dell'area tecnica Marco Branca con un ghigno che ve lo raccomando, dietro di lui José Mário dos Santos Mourinho Félix, camicia ben inamidata, cravatta con nodo strategicamente largo, neanche un sorriso. Pare un attore.

Non ha ancora parlato, il portoghese, ma tra i presenti la sensazione è netta: con uno sguardo questo qua ha cancellato Mancini, quello dei tre scudetti consecutivi. Mancini chi?

Si parte, sotto con le domande. «In Inghilterra si era presentato dicendo “Sono lo Special One” - il numero uno -. Noi come la dobbiamo chiamare?». «Chiamatemi Mourinho». Stop. Al secondo quesito San Josè completa il miracolo: «Sa l'Italiano?». «Poco, in ogni caso parlerò solo nella vostra lingua» (i giornalisti stranieri abbozzano). L'ex Chelsea comincia a pontificare («L'Inter è speciale, il calcio italiano è speciale, sono un grande allenatore che allenerà una grande squadra»), usa il termine “empatia” e i più si guardano attoniti: «Empatia? Che roba è? Questo qua studia la nostra lingua da una vita». «No - interrompe lui - da un mese scarso». «Impossibile» diciamo noi. «Sarà che sono intelligente: in fondo l'italiano come il portoghese è un idioma neolatino». Sulla parola “idioma” cala il silenzio, il tipo con la pancia sogghigna e sibila “ve l'avevo detto”, tronfio come uno che ha appena vinto una scommessa.

José, intanto, prosegue imperterrito: «Qui è terminato un siclo, adesso inizia un nuovo siclo (...) Rispetto il lavoro di Roberto (Mancini ndr), ma io sono differente (...) In tre settimane intendo costruire un rapporto vero con i giocatori (...) Mi piace comunicare con loro, posto che alla fine decido solo io (...) Voglio una rosa di 21 giocatori più tre portieri. Non di più (...) Ho letto di un Mourinho che vorrebbe smantellare l'Inter attuale. Non sarà così. Penso a due, massimo tre innesti (...) Spero che Materazzi arrivi in ritiro una settimana dopo gli altri: vorrebbe dire che l'Italia è andata avanti all'Europeo. Io tifo Portogallo, ma ora l'Italia è al secondo posto nel mio cuore (...) La mia famiglia è l'unica cosa che viene prima del calcio: starà con me a Milano (...) Io sono un uomo-Champions: l'anno prossimo saranno 11 le squadre che proveranno a vincerla. Io, negli ultimi 4 anni ne ho vinta una col Porto, due volte ho raggiunto la semifinale e prima ho vinto la Uefa, sempre col Porto (...) Quando alleno una squadra i miei giocatori diventano automaticamente i migliori al mondo». Poi una rivelazione: «Io e Moratti ci siamo sentiti per la prima volta il giorno dopo la seconda gara con il Liverpool».

Sembra di sentire Trapattoni ai tempi delle celeberrime presentazioni a Monaco, Lisbona, Vienna, Dublino. Solo che, a differenza del Trap, San Josè non sbaglia un intervento. È ironico, carismatico. Noialtri ascoltiamo incantati e preghiamo: «Speriamo che questo diventi amico mio». Ci ha già convinto, ma sul più bello  ecco il  coupe de théâtre. Un collega straniero organizza il trabocchetto: «Secondo lei Lampard è un tipo adatto per la Serie A?». Mourinho: «Ho già detto che non parlo dei giocatori del Chelsea». Lo straniero: «Pensavo di fregarla con una domanda “indiretta”. Sa, io sono furbo». Mourinho: «Già, ma io non sono pirla». Ovazione totale nella “Angelo Moratti”.

Il capo ufficio stampa Viganò dà lo stop alle domande. È tutto. Ci guardiamo esterrefatti e voliamo al catering. In un angolo, soddisfatto, un tizio azzanna un pasticcino, parla portoghese e se la ride compiaciuto al telefono. Ha la pancia.

 

(Pubblicato su Libero del 4 giugno 2008)

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